domenica 31 ottobre 2010

BUCCILLI, CAPURRO & c............come violare le leggi e danneggiare i cittadini !

                                                                    ESPOSTO



Il presente esposto, viene presentato alla Procura Regionale della Corte dei conti presso la Sezione giurisdizionale per la Regione Liguria nei confronti dei sigg:

-BUCCILLI Gian Luca Sindaco

-CAPURRO Dario Sindaco

-BERSANETTI Stefano Assessore

-SENAREGA Franco Assessore

-FONTANELLA Paola Dirigente ambito di controllo Provincia di Genova

-GIAMPAOLO Paolo Referente Provincia di Genova, Ufficio Segreteria Tecnica ATO

-BENEDETTI Roberto Presidente ed Amministratore unico MUVITA

-CORRADI Alberto Pres. della Commissione Speciale Rifiuti della Provincia di Genova.

i primi quattro in qualità di sindaci e assessori del Comune di Recco, gli altri appartenenti ad organismi di verifica e controllo sovraordinati, tutti competenti per materia, ritenuti responsabili del danno erariale cagionato al comune medesimo e ad altri enti sovraordinati, per il mancato raggiungimento, in relazione agli anni 2003-2010, delle percentuali di raccolta differenziata fissate dalla legislazione applicabile ratione temporis; ritenuti altresì responsabili per il danno alla reputazione del comune per il ripristino dell’immagine turistica, commerciale, ambientale e sociale della comunità, lesa a livello locale e con risonanza oltrecomunale rilevabile dalla comparsa di elementi di indicazione valutativa/tabellare/comparativa riportati da diversi organi di stampa, oltre che da tutti i siti istituzionali di libero accesso.

Nello specifico emergono:

-”una percentuale di raccolta differenziata estremamente bassa per le specificità territoriali che presentano una “IMPRONTA ECOLOGICA” (vedi al paragrafo successivo) particolarmente dannosa per il sistema ambientale”

-”il danno differenziale conseguente al mancato raggiungimento delle percentuali di legge”

-”l'inesistenza di un qualsivoglia progetto di avvicinamento ai valori stabiliti dalle norme, dimostrato dall'inefficienza del meccanismo di raccolta differenziata che dipenderebbe dalle carenze strategiche, pianificatorie, programmatiche e progettuali emergenti dal modello di raccolta e riciclo dei rifiuti implementato dal Comune di Recco in persona dei vertici politico-amministrativi.”

-“i mancati introiti a titolo di corrispettivo per la vendita di materiale raccolto in maniera differenziata (lucro cessante), comparando il reddito minimo potenzialmente realizzabile in base alla legge, con gli introiti effettivamente incamerati per il conferimento presso i consorzi di filiera (per tramite del consorzio di bacino) del materiale raccolto in maniera differenziata, rispetto frazioni merceologiche da raccogliere”

-“la maggiore spesa per conferimento agli impianti di raccolta definitiva del materiale non differenziato”

-“il maggior onere per abitante conseguente alla azione oggetto del presente esposto”

-”la distruzione del sistema messo in atto da precedente amministrazione (sindaco Diena) che aveva raggiunto percentuali assai elevate di differenziazione e riciclo”

-”la deturpazione del paesaggio derivata da discariche abusive con dispersione in aree boscate e prive di controllo”

-”la deturpazione del paesaggio urbano derivato dalla dispersione diffusa in prossimità di aree destinate alla raccolta del R.U. indifferenziato”

-”la evidente e rilevante presenza sul territorio comunale di esercizi produttori di elevatissima quantità di umido (ristoranti e simili) che grava per oltre il 38% sul dato complessivo comunale, mai indirizzati verso il compostaggio centralizzato”



                                                        L'impronta ecologica



Uno degli aspetti più preoccupanti del nostro modo di vita attuale è illustrato dal concetto di impronta ecologica, un indice espresso in ettari di territorio, elaborato da William Rees e Mathis Wackernagel, che cerca di quantificare l’impatto sulla biosfera di una comunità (città, nazione, fino all’intera umanità), espresso in termini di superficie pro capite di area biologicamente produttiva necessaria a fornire tutta l’energia, l’acqua e le materie prime consumate e per assorbire tutti gli scarti prodotti dalle attività umane, intesi sia come rifiuti, sia come anidride carbonica derivante dall’uso di combustibili fossili.

È un indice che si evolve nel tempo a seconda degli stili di consumo delle varie società e delle nazioni.

Gli ultimi dati disponibili sono quelli relativi all’anno 2003, pubblicati nel “Living Planet Report 2006” curato da WWF Internazionale, Istituto di Zoologia di Londra e Global Footprint Network.

L’Impronta Ecologica va confrontata con la Biocapacità Terrestre, misurata sempre in ettari, che indica la effettiva disponibilità di ecosistemi terrestri produttivi (terreni agricoli, pascoli, foreste, aree di pesca) occorrente a soddisfare le necessità umane.

Il consumo di acqua dolce non è incluso nel calcolo dell’Impronta Ecologica in quanto la richiesta e l’uso di questa risorsa non può essere espresso in termini di ettari globali di impatto.

In realtà è possibile associare agli oggetti anche altri contenuti di energia: quella che è stata utilizzata per l’estrazione delle materie prime, per il trasporto, la lavorazione, ecc.

Si tratta di una quantità di energia superiore al potere calorifico.

Dunque il concetto di uso razionale dell’energia può essere esteso anche al sistema di gestione dei rifiuti, valutando il risparmio energetico conseguente al modello di gestione dei rifiuti scelto.

Appare evidente l’ordine di grandezza del risparmio energetico associato alla non produzione di rifiuto (100%) e al riutilizzo (~85%), da cui sorge la naturale scelta che un'amministrazione deve imporsi ed imporre al fine di dedicare ampio spazio alla Prevenzione e Riduzione dei Rifiuti Urbani, secondo le linee guida indicate nel paragrafo successivo, in accordo con le indicazioni normative richiamate in seguito.



                                                      Le prescrizioni di ambito locale



Dal sito della provincia all'indirizzo:

http://www.provincia.genova.it/portal/template/viewTemplate?templateId=tixdmg8zr2_layout_14t3vw8ztc.psml  si ricava:

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Dal medesimo sito, alla pagina:

http://www.provincia.genova.it/portal/template/viewTemplate?templateId=uj4iyx9b41_layout_c5aok89b69.psml  si ricava:

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La Provincia partecipa nell'ambito delle procedure definite dalla D.G.R. n. 1487 del 7 dicembre 2007 al processo di raccolta ed accertamento dei risultati annuali di raccolta differenziata raggiunta nei Comuni della Provincia.

Infine, la Provincia di Genova ha istituito e gestisce, tramite la società controllata Muvita s.r.l., l’Osservatorio Provinciale dei Rifiuti.
Ancora dal medesimo sito, viene rilasciata la tabella che indica i dati riferibili ai fatti:

http://www.provincia.genova.it/portal/page/categoryItem?contentId=107215->fcoj3g9b56_content_muhp6d9b610

Per comodità di verifica viene qui sotto riportata integralmente l'elenco dei comuni che, alla data del 31-12-2007, avrebbero dovuto attestarsi al 40% di raccolta differenziata:....(omissis)...................
....Comune RECCO ab. 10300 t. x ab. 0,593 t.tot 5166,53 t. diff. 942,61 percentuale  15,43%

Per quanto attiene al succitato “Osservatorio Provinciale dei Rifiuti” e alla sua azione positiva sul sistema, questa organizzazione appare destinata a ben altre funzioni anche a ragione della sua trasformazione da s.r.l. in “fondazione”.

Infatti, dalla ricerca su Muvita s.r.l. indicata dal sito della Provincia di Genova, (la Provincia di Genova ha istituito e gestisce, tramite la società controllata Muvita s.r.l., l’Osservatorio Provinciale dei Rifiuti.) emergono dati significativi al seguente indirizzo:

http://www.provincia.genova.it/portal/template/viewTemplate?templateId=pwc4l3dsm7_layout_abfx30euy1.psml

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La fondazione opera nei settori "Education", realizzando iniziative di edutainment, formazione e divulgazione, tra cui la gestione del "Science Centre" di Arenzano e la promozione di azioni di educazione ambientale; "Business" attraverso attività specifiche verso il "target imprese", "Projects", mediante iniziative relative a singoli temi, tra cui ad esempio la gestione dello "Sportello Provinciale Energie Rinnovabili e Risparmio Energetico" per conto della Provincia di Genova, "Service", svolgendo servizi di supporto all'attività di terzi. Muvita gestisce inoltre il "Museo della Lanterna di Genova" e l'"Auditorium Muvita"; di seguito i dati di riferimento:

Fondo di dotazione: €120.000 Quota Provincia: 100%

Presidente e Amminstratore Unico: Dott. Roberto Benedetti

Sede: Via Marconi, 165 - 16011 Arenzano tel. 010/910001 fax 010 9100119

e-mail segreteria@muvita.it sito: www.muvita.it



                                                        L'educazione preventiva

E' ancora la Provincia di Genova. Organo sovraordinato al Comune di Recco che fornisce indicazioni e percorsi all'indirizzo:

http://www.provincia.genova.it/servlets/resources?contentId=125624&resourceName=Allegato-pdf

Nell'indicato “PIANO PER LA PREVENZIONE E LA RIDUZIONE DEI RIFIUTI SUL TERRITORIO DELLA PROVINCIA DI GENOVA” si legge infatti:

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La vera strategia preventiva consiste quindi nell’unificare questo percorso lineare in modo tale da limitare al massimo il ricorso al conferimento al circuito di raccolta dei RU e, di conseguenza, all’utilizzo di nuove risorse naturali per ottenere nuovi beni. Si tratta di un complemento essenziale alle strategie che cercano di sviluppare un circolo chiuso con la riutilizzazione dei rifiuti – o la loro trasformazione in materie prime seconde.

Il concetto di prevenzione può essere applicato sia unicamente allo stadio della produzione di rifiuti (prevenzione alla fonte), sia allo stadio finale dello smaltimento in discarica o per incenerimento (il termine minimizzazione viene allora utilizzato). Il settore della valorizzazione dei rifiuti tramite il loro riutilizzo come prodotto integro o come materia prima seconda è certo una soluzione migliore del semplice smaltimento, tuttavia bisogna sempre rammentare che “il migliore rifiuto è quello che non è stato prodotto”. La prevenzione alla fonte è un’operazione che giustifica un’attenzione specifica e prioritaria.

Sul concetto stesso di “prevenzione alla fonte” si possono operare alcune distinzioni per ordine di importanza: si può preferire una “non produzione” del rifiuto, oppure optare per la sua “diminuzione o riduzione parziale”. Pensiamo all’acquisto di frutta a peso rispetto a quella preconfezionata (seppure con imballaggio ecologico), agli orologi meccanici rispetto

a quelli con pile a bottoni; la prevenzione nei rifiuti urbani tende quindi ad avvicinarsi alla politica degli “eco prodotti” tenendo anche conto della crescita economica nei confronti del consumo di risorse naturale.

Possiamo evidenziare questi aspetti mettendo l’eco-consumo al centro delle priorità per sviluppare il consumo di servizi e di prodotti in grado di soddisfare i bisogni essenziali e di

migliorare la qualità della vita, mentre contemporaneamente limitiamo l’utilizzo di risorse naturali, di sostanze pericolose e prodotti inquinanti per non mettere in pericolo la soddisfazione dei bisogni anche delle generazione future.

La “dematerializazione“ o l’utilizzo di minori risorse, avendo comunque come obiettivo quello di arrivare allo stesso livello di benessere, si inserisce in questa logica di ecoconsumo.>>



                                           Il riferimento normativo generale



La Direttiva 2008/98/CE del Parlamento Europeo pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea del 22-11-2008 ribadisce al suo art. 4 “La gerarchia dei rifiuti” e definisce che tale “gerarchia si applichi quale ordine di priorità della normativa e della politica in materia di prevenzione e gestione dei rifiuti:

la Direttiva prevede che la commissione europea presenti al parlamento europeo delle relazioni corredate da misure a sostegno della prevenzione ed in particolare:

a) “entro la fine del 2011, una relazione intermedia sull’evoluzione della produzione rifiuti e l’ambito di applicazione della prevenzione dei rifiuti che comprenda la definizione di una politica per una progettazione ecologica dei prodotti che riduca al contempo la produzione di rifiuti e la presenza di sostanze nocive in essi (…).

b) entro la fine del 2011, la formulazione di un piano d’azione per ulteriori misure di sostegno a livello europeo volte in particolare, a modificare gli attuali modelli di consumo;

c) entro la fine del 2014 la definizione di obiettivi in materia di prevenzione dei rifiuti e di dissociazione per il 2020, basati sulle migliori prassi disponibili (…)”

L’articolo 29 ha per titolo “Programmi di prevenzione dei rifiuti” e prescrive che gli stati membri adottino dei programmi di prevenzione dei rifiuti entro il 12 dicembre 2013 e che tali piani identifichino chiaramente le misure di prevenzione dei rifiuti. Tali piani devono infatti fissare gli obiettivi e a tal fine la direttiva fornisce in allegato uno schema che possa essere di esempio. Nella direttiva viene chiarito che “Lo scopo di tali obiettivi e misure è di dissociare la crescita economica dagli impatti ambientali connessi alla produzione dei rifiuti.”

Nell’articolo 29 al comma 5 la Direttiva stabilisce che “La commissione crea un sistema per lo scambio di informazioni sulle migliori pratiche in materia di prevenzione dei rifiuti ed elabora orientamenti per assistere gli Stati membri nella preparazione dei programmi.”



                                                           Le precedenti direttive.

Nelle precedenti direttive gli orientamenti erano analoghi, però la definizione di “prevenzione” non era molto precisa, se non per quanto riguarda gli imballaggi (ai sensi della Direttiva europea 1994/62 recepita prima dal Dlgs 22/97 e poi dal Dlgs 152/061).

Nelle direttive precedenti venivano definite le priorità e gli obiettivi della politica ambientale europea fino al 2050 descrivendo in modo particolareggiato i provvedimenti da adottare per contribuire alla realizzazione della strategia europea in materia di sviluppo sostenibile.

Il ruolo della Unione Europea è quindi quello di contribuire alla prevenzione dei rifiuti e di promuovere il riciclaggio informando i consumatori, sostenendo la ricerca e lo sviluppo tecnologico di nuovi materiali a tutela dell'ambiente e di promuovere i mezzi per fornire prodotti usando meno risorse.>>



Rilevato quindi:

-che il diritto comunitario (a seguito del Trattato di Lisbona, diritto dell’Unione o europeo) impone agli Stati membri di adottare tutte le misure necessarie “per assicurare che i rifiuti siano recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente” e “per vietare l’abbandono, lo scarico e lo smaltimento incontrollato dei rifiuti” (art. 4 della direttiva del Consiglio del 18 marzo 1991, n. 91/156/CEE);

-che il servizio di gestione dei rifiuti implica “la raccolta, il trasporto, il recupero e lo smaltimento dei rifiuti, compreso il controllo di queste operazioni” (art. 1 dir. 91/156/CEE, citata);

-che “gli Stati membri stabiliscono o designano l’autorità o le autorità competenti incaricate di porre in atto le disposizioni della presente direttiva” (art. 6 dir. 91/156/CEE, citata);

-che le “autorità competenti di cui all’art. 6 devono elaborare […] uno o più piani di gestione dei rifiuti, che contemplino […] tipo, quantità e origine dei rifiuti da recuperare o da smaltire” (art. 7, dir. 91/156/CEE, citata);

-che l’allegato II della direttiva 91/156/CEE, citata, indica le operazioni di recupero che, conformemente all’art. 4, devono svolgersi “senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che possano recare pregiudizio all’ambiente”;

Inoltre:

-che il termine di recepimento della direttiva 91/156/CEE, citata, è scaduto il 10 aprile 1993 (art. 2, 91/156/CEE, citata);

-che nella gestione amministrativa in capo alla giunta Diena (precedentemente citata), dunque anteriore alle due aventi sindaco Buccilli ed alla attuale avente sindaco Capurro, il valore di differenziata raggiunto era estremamente alto e di molto superiore all'attuale;

-che l’art. 24 del d.lgs. 5 febbraio 1997, n. 22 (c.d. “decreto Ronchi”), ha imposto ai Comuni (enti titolari dei poteri in materia di raccolta differenziata ai sensi dei precedenti art. 21, comma 2, lett. c), e 23, comma 3, del predetto decreto) di conseguire percentuali minime di raccolta differenziata fissate in percentuali progressivamente crescenti fino a raggiungere quella del 35% a partire dal 2003 (il menzionato art. 24 statuisce che “In ogni ambito territoriale ottimale deve essere assicurata una raccolta differenziata dei rifiuti urbani pari alle seguenti percentuali minime di rifiuti prodotti: 15% entro due anni dalla data di entrata in vigore del presente decreto; 25% entro quattro anni dalla data di entrata in vigore del presente decreto; 35% a partire dal sesto anno successivo alla data di entrata in vigore del presente decreto”);

-che l’art. 205 del d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, ha determinato un incremento delle quote percentuali da realizzarsi negli anni successivi (il primo comma prevede che “In ogni ambito territoriale ottimale deve essere assicurata una raccolta differenziata dei rifiuti urbani pari alle seguenti percentuali minime di rifiuti prodotti:

-almeno il trentacinque per cento entro il 31 dicembre 2006;

-almeno il quarantacinque per cento entro il 31 dicembre 2008;

-almeno il sessantacinque per cento entro il 31 dicembre 2012”), percentuali ulteriormente rivisitate dall’art. 1, comma 1108, della legge 27 dicembre 2009, n. 296 (“Al fine di realizzare rilevanti risparmi di spesa ed una più efficace utilizzazione delle risorse finanziarie destinate alla gestione dei rifiuti solidi urbani, la regione, previa diffida, può provvedere tramite un commissario ad acta a garantire il governo della gestione dei rifiuti a livello di ambito territoriale ottimale con riferimento a quegli ambiti territoriali ottimali all'interno dei quali non sia assicurata una raccolta differenziata dei rifiuti urbani pari alle seguenti percentuali minime:

-almeno il 40 per cento entro il 31 dicembre 2007;

-almeno il 50 per cento entro il 31 dicembre 2009;

-almeno il 60 per cento entro il 31 dicembre 2011”);

- che alle predette disposizioni va riconosciuta un’efficacia precettiva vincolante atteso che:

esse assicurano il principio di prevenzione, precauzione ed azione preventiva, ampiamente riconosciuto in materia ambientale dalla Corte di giustizia pronunciatasi sulla disciplina comunitaria dei rifiuti (inter plures C. giust., 11 novembre 2004, C-457/02, Niselli, secondo la quale “la finalità della direttiva 75/442 […] è la tutela della salute umana e dell’ambiente contro gli effetti nocivi della raccolta, del trasporto, del trattamento, dell’ammasso e del deposito dei rifiuti” da attuarsi “anche alla luce dell’art. 174, n. 2, CE, secondo il quale la politica della Comunità in materia ambientale mira a un elevato livello di tutela ed è fondata in particolare sui principi della precauzione e dell’azione preventiva (v., in particolare, sentenza 18 aprile 2002, causa C-9/00, Palin Granit e Vehmassalon kansanterveystyön kuntayhtymän hallitus, Racc. pag. I-3533; in prosieguo: la «sentenza Palin Granit», punti 22 e 23)”; sui principi di precauzione e prevenzione in materia ambientale, più di recente, C. giust., 9 marzo 2010, C-379/08 e 380/08, Raffinerie mediterranee); si attuano numerose direttive in materia di rifiuti che hanno imposto agli Stati membri di porre in essere tutte le misure idonee ad implementare un’efficace gestione dei rifiuti tesa essenzialmente alla protezione della salute umana e dell’ambiente, favorendo il recupero dei rifiuti e l’utilizzazione dei materiali di recupero come materie prime per preservare le risorse naturali nonché provvedendo in modo responsabile allo smaltimento ed al recupero dei rifiuti (dir. 75/442/CEE, come modificata ed integrata dalle dir. 91/156/CEE, dir. 91/692/CEE, dir. 96/350/CEE, poi consolidate nella direttiva 5 aprile 2006, n. 12/2006/CE, la quale ha ribadito nuovamente gli obblighi europei di procedere al “recupero dei rifiuti mediante riciclo, reimpiego, riutilizzo o ogni altra azione intesa a ottenere materie prime secondarie” art. 3, par. 1, lett. b), nonché ad “assicurare che i rifiuti siano recuperati senza pericolo”, art. 4); la Corte di giustizia, pronunciandosi all’esito di una procedura di infrazione (C. giust., sent. 4 marzo 2010, C-297/08, Commissione c. Italia), ha già riconosciuto che l’Italia è venuta meno agli obblighi di diritto comunitario su di essa incombenti, nella parte in cui non ha adottato, “misure necessarie per assicurare che i rifiuti siano recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza recare pregiudizio all’ambiente” (così il dispositivo di condanna), inadempimento che è stato determinato anche dal basso livello di raccolta differenziata; come riconosciuto dalla giurisprudenza costituzionale, compete allo Stato, anche all’indomani della riforma del Titolo V della Costituzione, fissare un livello di tutela ambientale uniforme a livello nazionale ed inderogabile da parte delle Autonomie (“La disciplina statale dei rifiuti, collocandosi nell’ambito della “tutela dell’ambiente e dell’ecosistema” – di competenza esclusiva statale ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost. – costituisce, anche in attuazione degli obblighi comunitari, un livello di tutela uniforme e si impone sull’intero territorio nazionale, come un limite alla disciplina che le Regioni e le Province autonome dettano in altre materie di loro competenza, per evitare che esse deroghino al livello di tutela ambientale stabilito dallo Stato, ovvero lo peggiorino (sentenze n. 62 del 2008 e n. 378 del 2007). Resta, peraltro, ferma la competenza delle Regioni per la cura di interessi funzionalmente collegati con quelli propriamente ambientali: infatti, anche nel settore dei rifiuti, accanto ad interessi inerenti in via primaria alla tutela dell’ambiente, vengono in rilievo altre materie, per cui la competenza statale non esclude la concomitante possibilità per le Regioni di intervenire, ovviamente nel rispetto dei livelli uniformi di tutela apprestati dallo Stato (da ultimo, sentenza n. 249 del 2009)”, C. cost., 4 dicembre 2009, n. 314, punto 2.2.); la normativa interna deve essere interpretata alla luce del diritto comunitario al fine di assicurare il c.d. “effetto utile” (C. giust., 5 febbraio 1963, C-26/62, Van Gend en Loos); in proposito non può omettersi di rilevare che il diritto dell’Unione derivato impone l’obbligo in capo agli Stati di implementare sistemi di raccolta con recupero di quelli riciclabili, senza contemplare né autorizzare sistemi, quale quello nazionale, fondati su quote progressive di avvicinamento alla piena misura dei rifiuti prodotti sul territorio, di tal che, non può non ritenersi che almeno le quote percentuali fissate dal legislatore nazionale abbiano un valore immediatamente precettivo, sia a tutela dell’ambiente e della salute pubblica (sulla strumentalità del sistema di raccolta, smaltimento e recupero dei rifiuti alla salvaguardia di tali interessi C. giust., sent. 4 marzo 2010, C-297/08, Commissione c. Italia), sia a tutela dei cittadini contribuenti (si consideri che il comma 3 dell’art. 205 d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, dopo aver fissato al comma 1 le quote percentuali di raccolta differenziata annuale, introduce un’addizionale a carico delle comunità locali comunali alle quali sia imputabile il discostamento: “Nel caso in cui a livello di ambito territoriale ottimale non siano conseguiti gli obiettivi minimi previsti dal presente articolo, è applicata un'addizionale del venti per cento al tributo di conferimento dei rifiuti in discarica a carico dell'Autorità d'ambito, istituito dall'articolo 3, comma 24, della legge 28 dicembre 1995, n. 549, che ne ripartisce l'onere tra quei comuni del proprio territorio che non abbiano raggiunto le percentuali previste dal comma 1 sulla base delle quote di raccolta differenziata raggiunte nei singoli comuni”); che i poteri di ordinanza del commissario straordinario (eventualmente incaricato) non possono determinare un livello di tutela dei predetti interessi inferiore rispetto alla normativa interna attuativa del diritto comunitario, legittimando livelli percentuali di raccolta differenziata più bassi di quelli sanciti dalla disciplina nazionale (tale interpretazione si profilerebbe in stridente contrasto con gli obiettivi e gli scopi che presiedono all’istituzione, all’esercizio dei poteri ed all’utilizzo delle risorse commissariali e, soprattutto, con il diritto comunitario, di tal che, ogni eventuale previsione che presentasse il descritto contenuto o producesse il richiamato effetto riduttivo dovrebbe essere disapplicata).



Conclusione dell'esposto



Per quanto alla narrazione che precede diviene necessario acquisire

- informazioni e dati ufficiali relative alla raccolta differenziata effettuata nel territorio del comune di Recco dal 1999 al 2009, informazioni che dovranno avere riguardo sia al dato globale della predetta raccolta, sia a quello specifico riferito al segmento della frazione umida rappresentante una quota dominante.


- informazioni e dati ufficiali in merito alla redditività della raccolta delle differenti frazioni, nonché una stima delle ragionevoli e probabili entrate derivanti dalla predetta raccolta utili al calcolo definitivo del danno.

- tutti gli atti istruttori, preliminari e deliberativi della giunta e del consiglio del Comune di Recco, tesi alla organizzazione del servizio di raccolta dei rifiuti (con specifico riguardo a quella della frazione umida) intervenuto attraverso le diverse imprese delegate al servizio, con specifico riguardo a quelli contemplanti gli obblighi delle medesime di raggiungere le quote percentuali di raccolta differenziata previste dalla legge.

Considerando poi

- che, l’art. 206-bis, d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, istituisce l’Osservatorio nazionale sui rifiuti presso il Ministero dell’ambiente e la tutela del territorio e del mare, munito di funzioni informative, di coordinamento e di vigilanza anche in materia di raccolta differenziate, riciclo e smaltimento dei rifiuti;

- che, essendo venuto meno il c.d. “potere sindacatorio”, spetta alla Procura valutare se estendere l’azione di danno erariale, esperita nei confronti degli organi titolari di competenze di iniziativa, impulso e proposta, anche al Consiglio comunale e quindi ai consiglieri tutti, in ragione dei poteri decisionali finali di quest’organo sull’organizzazione dei pubblici servizi locali ex art. 42 d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267 (la materia era già stata disciplinata dall’art. 32, lett. a) ed f), legge 8 giugno 1990, n. 142, il quale, per quanto qui interessa, affidava al consiglio la competenza sulla costituzione delle aziende speciali ivi compresa quella di approvare i relativi statuti), ferma restando la libertà di giudizio definitivo della Corte adita sul significato da riconoscere all’attività commissiva o omissiva del Consiglio.

Visto ancora:

- l’art. 14 r.d. 13 agosto 1933, n. 1038, in base al quale la Corte dei conti può richiedere all’amministrazione e ordinare alle parti di produrre gli atti e documenti che crede necessari per la decisione della controversia, fissando il termine entro il quale gli adempimenti istruttori devono essere espletati;

- l’art. 16, comma 3, d.l. 13 maggio 1991, n. 152 , conv. in legge 12 luglio 1991, n. 203, a tenore del quale “La Corte dei Conti nell'esercizio delle sue attribuzioni può disporre, anche a mezzo della Guardia di Finanza, ispezioni ed accertamenti diretti presso le pubbliche amministrazioni ed i terzi contraenti o beneficiari di provvidenze finanziarie a destinazione vincolata”;

- l’art. 2, comma 4, d.l. 15 novembre 1993, n. 453, conv. in legge 14 gennaio 1994, n. 19, recante disposizioni in materia di giurisdizione e controllo della Corte dei conti, secondo il quale “la Corte dei conti, per l'esercizio delle sue attribuzioni, può altresì delegare adempimenti istruttori a funzionari delle pubbliche amministrazioni e avvalersi di consulenti tecnici, nel rispetto delle disposizioni di cui all'articolo 73 del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271”;



L'associazione esponente, richiede alla Procura destinataria del presente esposto l'avvio di una procedura atta a definire il danno erariale che si appalesa essere di consistente valore, (stante un elevatissimo differenziale) e con l'evidente prosecuzione di tale danno, negli anni a seguire, per la già citata mancanza di attività volta a implementare un’efficace gestione dei rifiuti tesa essenzialmente alla protezione della salute umana e dell’ambiente, favorendo il recupero dei rifiuti e l’utilizzazione dei materiali di recupero come materie prime per preservare le risorse naturali, come disposto dalle norme, accertando:

-se negli anni citati l'amministrazione comunale abbia imposto alle diverse società incaricate un obbligo chiaro, specifico e puntuale in ordine al raggiungimento delle percentuali di raccolta differenziata previste dalla legge;

-se alle medesime società sia stato indicato un particolare percorso attuativo specificatamente rivolto alla consistente frazione umida;

-se siano stati redatti i provvedimenti di organizzazione del servizio di raccolta differenziata dei rifiuti (tra cui gli atti istruttori, preliminari e deliberativi di costituzione ed affidamento alle società incaricate, con specifico riguardo a quelli contemplanti le modalità tecnico-giuridiche (clausole del contratto di servizio, ordini amministrativi o di servizio, altri atti analoghi, etc.) con cui è stato imposto, alla struttura amministrativa comunale l’obbligo di raggiungere le quote percentuali di raccolta differenziata sancite dalla legge.



ORAS

f.to il coordinatore







domenica 24 ottobre 2010

Ciò che si usa chiamare........"una notizia che si commenta da sola"!!!!!


Dal secolo xix di oggi 24/10 pag 11


DOPO I TAGLI DECISI DAL GOVERNO: «Niente fondi alle imprese i soldi andranno ai poveri»

La scelta di Burlando:

<<20milioni dirottati sui servizi sociali>>

ALESSANDRA COSTANTE

GENOVA. Via i fondi per le imprese. È questa la prima tessera a cadere, nel domino ligure dei risparmi e dei tagli innescato dal governo con la manovra Tremonti che taglia in Liguria circa 150milioni e a livello nazionale 4 miliardi di euro. «Mettiamo il sociale in cima alla nostra scala, poi il sostegno per la casa e quindi il Trasporto pubblico locale» ha avvertito ieri il presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando. Fondamentalmente significa due cose: la prima è che dal bilancio per il 2011 spariranno i 20milioni di euro (in parte trasferiti attraverso i meccanismi della legge Bassanini), che rappresentano un settimo dei tagli alla Liguria, destinati al fondo per l’industria, all’artigianato, al commercio, ai progetti speciali e ai Civ; la seconda è che alla voce investimenti per il prossimo anno la posta a bilancio sarà pari a zero.a meno che il governo non sblocchi i Fas (Fondi per le aree sottoutilizzate), 340 milioni di euro che dal 2009 sono alla firma del governo e che per la Liguria rappresentano ancora un’incognita:


«Mi basterebbe la competenza di 100 milioni di euro per far decollare i progetti che sono già pronti» ha detto ieri Burlando. «Non bisogna essere leghisti per vedere che il Sud ha 100 miliardi di euro di investimenti, tra Fas e fondi europei vecchi, che non sono stati spesi per incapacità, mentre il Nord che li ha spesi è bloccato dal governo» ha aggiunto. Da lunedì Burlando e gli assessori esamineranno ogni capitolo di bilancio per cancellare tutte le spese inutili o che in tempi di austerity la Liguria non si può più permettere. Come il finanziamento di 170mila euro (erano 220, ma già nel 2010 la cifra era stata decurtata) per il Festival di Sanremo; i due terzi dei contributi regionali alle iniziative (da 300mila a100milaeuro), l’azzeramento delle spese per convegni, il contingentamento delle trasferte, la cancellazione del fondo per la sicurezza. Previsti anche un blocco ancora più forte delle assunzioni, la riduzione dei fondi per l’ambiente e per il turismo. «Dobbiamo ridisegnare l’ente. La manovra del governo avrà un effetto sociale molto violento, ma anche economico molto violento» prosegue il presidente che spera di riuscire a sostenere i fondi per il sociale e per per la non autosufficienza (quest’ultimo, che per la Liguria prevedeva 14,5 milioni, è stato cancellato), per la casa (aiuto agli affitti) e la spesa per il Trasporto pubblico locale. Le incertezze sui tagli e quindi sul bilancio (che comincia il suo iter in consiglio intorno al 22 novembre) sono ancora molte. La prima riguarda i tagli della spesa sociale: non è ancora chiaro se rientrano nei 4 miliardi già annunciati oppure se sono ulteriori; la seconda è sul Tpl. Tremonti si era spinto a dire che al trasporto ferroviario ci avrebbe pensato il governo, ma per il momento l’unica apertura si trova nell’articolo della finanziaria che dice che i fondi Fas si potranno usare per ripianare i debiti della sanità (retromarcia rispetto alle polemiche estive con le regioni del Sud), per gli investimenti nella sanità e per il Tpl. Le aziende di trasporto liguri ci sperano,ma la Regione non sembra orientata su questa linea.


costante@ilsecoloxix.it


se questo è un "governatore"....................................................

domenica 3 ottobre 2010

Ritorna la grande truffa sul ciclo delle acque.......



Una truffa di dimensioni epocali !!

E partita la "grande guerra" del ciclo delle acque !
Genova e Torino, ma anche alcune altre città dell'Emilia, e non solo, stanno costituendo il grande progetto di fusione per dare vita ad una megaimpresa che garantisca le seguenti due cose:
1) Migliaia di poltrone per parassiti politici: esseri inutili riciclati dai vecchi partiti in decozione !
2) Migliaia di disoccupati pronti a scannarsi l'un l'altro per qualche contratto "precario" !
Abbiamo già qualche nome "rinnovato e riciclato" che andrà a prendersi centinaia di migliaia di euro all'anno rapinati letteralmente dalle tasche dei cittadini con false tariffazioni che sono prive del sostegno della logica imprenditoriale e sono figlie della speculazione finanziaria divenuta la "dottrina" imperante" dei politici di mestiere !

Parleremo dunque di "truffa del ciclo delle acque" e inizieremo dalla pagina del SECOLO XIX di oggi che titola: "TUNNEL, SPUNTANO GLI INVESTITORI"....................

Letto l'articolo del Secolo qualcuno si chiederà: che c'entra il ciclo delle acque e la "grande truffa" ?

La spiegazione, logica e puntuale, seguirà subito dopo................





Il testo del quotidiano è disarmante !
Bacigalupo parla di cose che fatica a comprendere perchè ragiona sul dettato "scandrogliano" (dal nome del deputato PDL Scandroglio Michele, puparo di Bacigalupo).
Quindi una breve introduzione su chi sia Scandroglio e su quale sia il suo "pensiero" (??) è necessario e per fare ciò è necessario ricorrere a quanto già pubblicato all'indirizzo:
Compreso chi sia Scandroglio e quale sia la sua "funzione politica" possiamo ora analizzare il progetto "Tunnel" e le sue vere ragioni uscendo dalle logiche dei "comitati d'affari" e entrando nel contesto di economia d'area.
Bucare una montagna discutendo dell'utilità del "buco" fine a se stesso è fuorviante.
Il tunnel ha utilità ben diversa da quella indicata e rappresentata da molti fattori.
Il tunnel serve a rendere fruibile il territorio montano che detiene una enorme capacità di ricchezza inespressa perchè sin dall'inizio della "proposta turistica" del territorio della riviera si era data importanza solo all'area costiera maggiormente interessante per la speculazione immobiliare e la vendita di seconde case...............
Questo modello, derivato dal boom economico del 1960, aveva fatto progettare una linea di utilizzo del territorio fortemente speculativo.
I lombardi, i piemontesi e gli emiliani delle provincie occidentali, possedevano ricchezze derivate dal boom industriale di quegli anni e rivelavano il bisogno di "riposarsi e rilassarsi" seguendo il concetto della fruizione della balneabilità delle acque marine.
Le loro "palanche" dovevano finire nelle tasche dei soggetti dediti alla speculazione e, in piccolissima parte sul territorio.
La costruzione di migliaia di appartamenti veniva descritta come un sistema di arricchimento del territorio invaso dal cemento.
In realtà molte piccole imprese locali (artigiani e bottegai) ne hanno beneficiato per anni e oggi, però, ne rilevano l'inconsistenza del progetto se lo si esamina sotto una luce logica di imprenditoria dedita all'arricchimento dell'economia d'area.
Infatti si osserva, ovunque sia stata accetta l'impostazione speculativa, che non appena i gestori della movimentazione dei flussi monetari decidono di spostare il loro interesse su aree differenti, emerge quel crollo repentino dell'economia locale che è oggi ben visibile e verificabile con una analisi assai semplice.
Torniamo ora al tunnel esaminando l'importanza di tale opera solo se è strettamente connessa con gli altri elementi della programmazione economica che sia legata all'arricchimento del territorio.
Quando Burlando ed altri dicono che il tunnel "ci vuole" stanno pensando all'immenso volume di smarino derivante dallo scavo della galleria e stanno "pensando" di sversarlo in mare all'interno delle numerose colmate che il progetto truffaldino del ciclo delle acque ha previsto.
Trascurano le ragioni "importanti" di quel tunnel e i risultati enormi in termini di creazione di ricchezza intrinseca e stabile che ricadrebbero sul territorio.
Queste ragioni sono talmente numerose che richiedono la capacità di esprimere progetti di natura organica e territorialmente aggreganti, difficilmente comprensibili dalla maggior parte dei "politici professionali".
In questo contesto eviteremo di analizzarle perchè interessa invece ciò che ha a che fare con la "grande truffa del ciclo delle acque", vediamone i profili:
"Nel Tigullio, costa ed entroterra, nessun comune ha sistema di depurazione e il progetto speculativo prevederebbe di spendere molte centinaia di miliardi per costruire un certo numero di depuratori costieri (con le rispettive "colmate" risultanti da sversamento di smarino)millantando di risolvere il problema ma, mancano i fondi e, soprattutto mancano le idee che possano portare ad una soluzione logica ed economica, socialmente fruibile, quando potrebbe realizzare un solo depuratore in Fontanabuona - che serva 39 comuni - e che recuperi tutto il prodotto reso a valle dell'impianto (acque, fanghi, torbe, biomasse, gas ecc.) con un costo equivalente a ZERO!!!!!!!
Tale progetto - totalmente gratuito - consentirebbe di restituire alla collettività milioni di metri cubi di acque normalmente gettate in mare, consetirebbe di ricavare utilità dal recupero e utilizzo dei derivati ed altre numerose posizioni di "vantaggio"
Ma è proprio la totale gratuità della costruzione dell'opera che trova le maggiori resistenze da aprte delle pubbliche amministrazioni che, come è ben noto a tutti, sopravvivono dalla regola "tangentizia" così come è ben evidenziato da tutte le vicende giudiziarie che vengono quotidianamente alla luce ( Terzo valico, Acquassola, Cinque Terre, Inceneritori ecc..)
Alla questione detta del "DEPURATORE COMPRENSORIALE" in Fontanabuona sono stati interessati direttamente tutti i soggetti politici in carica.
Nessuno di questi soggetti è mai riuscito a dare risposte che potessero negare la validità del progetto di depuratore comprensoriale unico in val Fontanabuona !
Burlando, da ingegnere qual'è, ha risposto che tecnicamente è assai valida e perseguibile, anzi da "suggerire".
Repetto, da "banchiere" qual'è, ha risposto che se prevede risparmio e anzi guadagno, è valida e perseguibile.
I sindaci che hanno risposto al quesito, dichiarandosi parzialmente competenti, hanno ritenuto valido il progetto.
L'idea di DEPURATORE COMPRENSORIALE IN VALLATA consiste primariamente nella esclusione di ogni forma di sversamento in mare, così da poter annunciare al mondo intero che il Tigullio ha "finalmente" le acque di balneazione pulite e incontaminate.(problema che annualmente viene evidenziato dalla stampa, con evidente "marchetta" propagandistica a favore delle aree turistiche utilizzate dai Tour Operator e dalle compagnie di navi da crocera !).
Il progetto prevede anche di recuperare i 250 milioni di litri di liquido quotidianamente sversato in mare recuperando, ai prezzi attuali, molti miliardi.
Il progetto prevede poi di recuperare tutti i derivati della depurazione: fanghi, torbe, biomasse, energie sotto diverse forme ecc. che produrrebbero altri notevoli guadagni, alimentado le asfittiche casse del sistema produttivo agricolo/industriale.
Il progetto prevede che si costruisca un solo depuratore comprensoriale per l'intero Levante (entroterra e costa) nella Fontanabuona, realizzando,in effetti, un grande centro industriale di trattamento e recupero del ciclo delle acque con la sinergica realizzazione di un polo industriale e di uno universitario dedicati ai sistemi innovativi; prevede altresì il recupero della tanto decantata e mai realizzata "filiera corta" in agricoltura e nella manifattura di trasformazione del prelevato agricolo e marino, in generale.
Però, Burlando e Repetto, sono costretti (??) ad assecondare i "diktat" delle concessionarie di gestione, che, com'è assai noto, forniscono "posti" assai ben remunerati a chi tra loro si assoggetta alle scelte disennate che vanno a danno dell'intera popolazione ed a unico vantaggio della classe politica "professionale".

Disse Burlando qualche tempo fa': "interessante il progetto comprensoriale in Fontanabuona, ma chi va da IRIDE a dirle che le togliamo il business????"

Ecco quindi le ragioni del progetto: sensatezza, grande risparmio e, rispetto della regola che prevede ricchezza territoriale svincolata dalle decisioni dei grandi flussi monetari.

L'impegno di ogni cittadino verso la sua realizzazione, che prevede enorme risparmio in tributi e "balzelli vari", deve quindi essere totale e continuo; solo così si vincono le resistenze lobbistiche!


venerdì 1 ottobre 2010

5 TERRE....il progetto della " DISONESTA' "




Le uve messe a riposo in attesa......................
Sono un'immagine fantastica.
Chi sarà il "contadino" che coltiva con tanto amore e passione i terreni ?





Per la visita alla scoperta del "contadino", ci siamo fatti accompagnare da un "autoctono" colto e preparato..........
Eccolo in divisa adatta....maglietta a righe un po' demodè e braghe corte !



Bel sito, non c'è che dire.........



Tanti muretti messi "a posto" grazie ai finanziamenti del Parco !




Altri muretti e poi: oliveto, vigneto e frutteto.................un "paradiso" !





Ecco ora il nostro "VIRGILIO" che ci guida nel "PARADISO" !!!
Osservandolo bene, però, sembra uno "conosciuto"........




Si, è proprio lui, Luigi "Gigino" Grillo.......il vero ed unico "padrone assoluto" del Parco, altro che quel pupazzo di Bonanini !!
Ecco perchè è li ed è molto preparato...........è tutto di sua proprietà !
Vabbè, diciamo la verità, ha fatto un "mutuo" !!!!
Mica aveva soldi in nero nei cassetti; ha un buon reddito e può permetterselo !



Svelato l'arcano sulla proprietà, ora ci mostra felice il suo "pesante lavoro" attraverso i risultati assai evidenti !!

Ce ne fossero politici di questa qualità.............

Grazie "Gigino nostro" che hai salvato il territorio da quelli scriteriati dei contadini, rozzi ed ignoranti, che hanno abbandonato quest'angolo di paradiso !!

Ma una domanda sorge naturale:

PERCHE' HANNO ABBANDONATO LE TERRAZZE ???

ECCO LA RISPOSTA IN:


Una lettera che fa riflettere !!

................La vicenda dello scandalo del Parco delle 5 Terre assume contorni ancor più inquietanti se contestualizzata all’interno della drammatica penuria di fondi per il sostegno alle attività agricole all’ interno di quel territorio tanto incantevole, quanto di difficile coltivazione e conservazione.

Dal 2006, infatti, sono praticamente bloccati i finanziamenti per la ricostruzione dei muri a secco, la cui cura è pre-condizione per ogni possibile attività agricola, oltre che per una minima prospettiva di politica idrogeologica.

Avendo chiaro, per il mio passato imprenditoriale nel settore, oltre che per la mia attuale attività di coltivatore diretto e le mie origini vernazzane, il quadro delle proporzioni, o meglio “delle sproporzioni”, con cui viene generalmente impiegato il denaro pubblico in questo campo, mi piace, con queste semplici e brevi righe, riflettere insieme a tutti voi, sul diverso impatto che avrebbe avuto un uso più corretto e democratico delle risorse, usando il paradigma minimo dell’ ipotetico milione di euro frodati alla collettività.

Con 1 euro, un’ impresa minimamente esperta delle condizioni della nostra terra di Liguria, recupera 1 metro quadrato di incolto, preservandolo dagli incendi, fornendo pregio ambientale, offrendo lavoro e creando profitto.

Con 1 milione di euro si recuperano 100 ettari di oliveto, immediatamente pronti a produrre o in alternativa 100 ettari di terrazze su cui in prospettiva impiantare nuovi vigneti, offrendo un’ opportunità di 3000 giornate di lavoro .

Con 1 milione di euro si ripristina 10.000 mq di muri a secco, si apre qualche centinaio di chilometri di sentieri, si crea una rete di linee tagliafuoco in grado di contenere la propagazione degli incendi per tutte le 5 Terre. Insomma, si mette in moto un processo positivo che crea lavoro, offre servizi veri, permette il risparmio di risorse (ad es. per lo spegnimento degli incendi), radica sul territorio competenze e professionalità e permette alla terra di produrre i suoi meravigliosi frutti, necessari anche ad un turismo più consapevole e meno virtuale e distruttivo di quello attuale.

In fondo, in Trentino, con morfologie forse ancor più ostili delle nostre, sulle sponde rocciose dell’ Avisio dove si beve e produce la Schiavetta e non lo Sciacchetrà, ci sono riusciti da molti anni .

N. R......... contadino.

martedì 28 settembre 2010

La "MURATORE" smentisce..................mah !!!




CARMEN PATRIZIA MURATORE, ex consigliere regionale di IDV smentisce il testo della "lagnanza" pubblicato qualche giorno fa !!
Leggere qui:

E' curiosa la smentita ed è curioso il contenuto della "smentita".
E' curioso che non abbia preso in considerazione l'ipotesi di lasciar cadere nel silenzio la questione.
E' curioso che non rifletta sul fatto che spesso chi "nasconde" ciò che sa, costringe il cittadino a porsi anche altri quesiti, oltre quelli già precedentemente posti.
E' poi molto curioso che, come mostra la pagina odierna de IL SECOLO XIX, la sua smentita sia affiancata alla questione TRIBUTI ITALIA così da formulare alcune domande anche su questa scandalosa questione...........................



TRIBUTI ITALIA spa, SAN GIORGIO spa. PUBLICONSULT spa.........

Che cosa c'entra la sig.na MURATORE con queste camarille ?

Vediamo di proporre alcuni quesiti essendo certi di una risposta iniziando da una questione generale:

-Perchè il suo sito http://www.patriziamuratore.it/ è disattivato ?

Passiamo ora all'IDV:

-Perchè nei lunghi trascorsi in IDV non ha mai avuto interesse a conoscere la "questione immobiliare" del partito, la considerava "marginale" ?

-Perchè nei lunghi anni di militanza in IDV non si è mai posta il problema delle firme false delle quali, essendo lei autenticatrice, (oltrechè cancelliere di tribunale) non poteva non conoscerne l'esistenza ?

-Perchè se lei stessa dice: "Ho avuto la responsabilità di gestire le liste per le elezioni nel Comune di Genova e in Provincia, liste che non sarebbero mai state presentate se non avessi tirato fuori tutta la mia grinta e la mia perseveranza, consapevole comunque di rappresentare, in quel momento, il vertice del Partito in Liguria, in un momento in cui IDV era di poco sopra l'1,5 % e non era ancora partito l’assalto alla diligenza. Nessuno si picchiava per venire con noi e bisognava supplicare la gente, cugini e amici compresi, perché si candidassero..........sono riuscita a chiudere le liste, e sono stata io a candidare Garifo e Proto, che all’epoca avevano la fedina penale pulita.....(lettera autografa a Micromega)" non dovremmo chiederle quali firme furono usate, visto che lei doveva conoscerne il numero necessario, la provenienza e la ragione della stessa ?

-Perchè cita " cugini e amici"......quanti "cugini" ha, sig.na Muratore ? E "amici" ?

-Perchè si dice certa che Garifo e Proto avessero la "fedina penale pulita", (lei era cancelliere capo di tribunale, non commessa alla UPIM) ?

-Perchè non dice ai cittadini quali erano i reati di Garifo e Proto ?

-Perchè la "valanga Paladini" e le migliaia di tessere false che le fanno dire: "Ho dentro di me i valori del “noi” che sono più grandi di quelli dell' "io”, e credo che quando un leader prende delle decisioni, che anche non si condividono, se si è nella squadra occorra adeguarsi " non le fanno comprendere che sia una affermazione di eccezionale gravità, in particolare per un cancelliere dirigente ?

-Perchè quando dice: "Il risultato fu peraltro gratificante, perché segno’ il consolidamento del partito a Genova e in provincia e mise le basi per tutto quello che avvenne in seguito." non comprende che il risultato fu ottenuto in seguito a quanto recita il 416 bis che qui le vorremmo rammentare: "....... ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali." ?

Ora qualche domanda sulla grande "truffa a danno della collettività", rappresentata dalle benemerite società succitate:
TRIBUTI ITALIA spa, SAN GIORGIO spa. PUBLICONSULT spa.........

-Lei che vive a Chiavari, dove ha sempre recuperato i voti (pochini in verità), che rapporti ha avuto con quelle "camarille" ?

-Che cosa conosce di Gest.com e Gest.net ?

-Che cosa sa di Giuseppe Marzo ?

-Conosce i rapporti tra Giuseppe Marzo e Antonio Di Pietro ?

Come può ben vedere le frasi a lei attribuite sono "vere", poichè provenienti da testi rilasciati da lei e firmati come:
Carmen Patrizia Muratore
Presidente Gruppo Italia dei Valori Assemblea Legislativa Regione Liguria (???)

Grazie per le risposte che certamente non mancherà di dare perchè, sempre come lei afferma: "ho imparato quale opportunità sia la politica ed ho sempre cercato, con umiltà, di costruirmi una base che mi consenta di essere utile ai miei concittadini......

L' "utilità" cui lei fa riferimento passa principalmente per la trasparenza e la comunicazione con gli "eletti", che sono utili, appunto, a conoscere meglio le persone, le frequentazioni e gli interessi.
a.p.




lunedì 27 settembre 2010

L'Italia dopo il D.P.R. 350 del 27 giugno 1985






Era il 1992, all'improvviso un'intera classe politica dirigente crollava sotto i colpi delle indagini giudiziarie. Da oltre quarant'anni era stata al potere. Gli italiani avevano sospettato a lungo che il sistema politico si basasse sulla corruzione e sul clientelismo. Ma nulla aveva potuto scalfirlo. Né le denunce, né le proteste popolari (talvolta represse nel sangue), né i casi di connivenza con la mafia, che di tanto in tanto salivano alla cronaca. Ma ecco che, improvvisamente, il sistema crollava.
Cos'era successo da fare in modo che gli italiani potessero avere, inaspettatamente, la soddisfazione di constatare che i loro sospetti sulla corruzione del sistema politico erano reali?

Mentre l'attenzione degli italiani era puntata sullo scandalo delle tangenti, il governo italiano stava prendendo decisioni importantissime per il futuro del paese.
Con l'uragano di "Tangentopoli" gli italiani credettero che potesse iniziare un periodo migliore per l'Italia. Ma in segreto, il governo stava attuando politiche che avrebbero peggiorato il futuro del paese. Numerose aziende saranno svendute, persino la Banca d'Italia sarà messa in vendita. La svendita venne chiamata "privatizzazione".

Il 1992 fu un anno di allarme e di segretezza. L'allora Ministro degli Interni Vincenzo Scotti, il 16 marzo, lanciò un allarme a tutti i prefetti, temendo una serie di attacchi contro la democrazia italiana. Gli attacchi previsti da Scotti erano eventi come l'uccisione di politici o il rapimento del presidente della Repubblica. Gli attacchi ci furono, e andarono a buon fine, ma non si trattò degli eventi previsti dal Ministro degli Interni. L'attacco alla democrazia fu assai più nascosto e destabilizzante.

Nel maggio del 1992, Giovanni Falcone venne ucciso dalla mafia. Egli stava indagando sui flussi di denaro sporco, e la pista stava portando a risultati che potevano collegare la mafia ad importanti circuiti finanziari internazionali.
Falcone aveva anche scoperto che alcuni personaggi prestigiosi di Palermo erano affiliati ad alcune logge massoniche di rito scozzese, a cui appartenevano anche diversi mafiosi, ad esempio Giovanni Lo Cascio.
La pista delle logge correva parallela a quella dei circuiti finanziari, e avrebbe portato a risultati certi, se Falcone non fosse stato ucciso.

Su Falcone erano state diffuse calunnie che cercavano di capovolgere la realtà di un magistrato integro. La gente intuiva che le istituzioni non lo avevano protetto. Ciò emerse anche durante il suo funerale, quando gli agenti di polizia si posizionarono davanti alle bare, impedendo a chiunque di avvicinarsi. Qualcuno gridò: "Vergognatevi, dovete vergognarvi, dovete andare via, non vi avvicinate a queste bare, questi non sono vostri, questi sono i nostri morti, solo noi abbiamo il diritto di piangerli, voi avete solo il dovere di vergognarvi".
Che la mafia stesse utilizzando metodi per colpire il paese intero, in modo da spaventarlo e fargli accettare passivamente il "nuovo corso" degli eventi, lo si vedrà anche dagli attentati del 1993.

Gli attentati del 1993 ebbero caratteristiche assai simili agli attentati terroristici degli anni della "strategia della tensione", e sicuramente avevano lo scopo di spaventare il paese, per indebolirlo. Il 4 maggio 1993, un'autobomba esplode in via Fauro a Roma, nel quartiere Parioli. Il 27 maggio un'altra autobomba esplode in via dei Georgofili a Firenze, cinque persone perdono la vita. La notte tra il 27 e il 28 luglio, ancora un'autobomba esplode in via Palestro a Milano, uccidendo cinque persone. I responsabili non furono mai identificati, e si disse che la mafia volesse "colpire le opere d'arte nazionali", ma non era mai accaduto nulla di simile. I familiari delle vittime e il giudice Giuseppe Soresina saranno concordi nel ritenere che quegli attentati non erano stati compiuti soltanto dalla mafia, ma anche da altri personaggi dalle "menti più fini dei mafiosi".[1]

Falcone era un vero avversario della mafia. Le sue indagini passarono a Borsellino, che venne assassinato due mesi dopo. La loro morte ha decretato il trionfo di un sistema mafioso e criminale, che avrebbe messo le mani sull'economia italiana, e costretto il paese alla completa sottomissione politica e finanziaria.
Mentre il ministro Scotti faceva una dichiarazione che suonava quasi come una minaccia: "la mafia punterà su obiettivi sempre più eccellenti e la lotta si farà sempre più cruenta, la mafia vuole destabilizzare lo stato e piegarlo ai propri voleri",Borsellino lamentava regole e leggi che non permettevano una vera lotta contro la mafia. Egli osservava: "non si può affrontare la potenza mafiosa quando le si fa un regalo come quello che le è stato fatto con i nuovi strumenti processuali adatti ad un paese che non è l’Italia e certamente non la Sicilia. Il nuovo codice, nel suo aspetto dibattimentale, è uno strumento spuntato nelle mani di chi lo deve usare. Ogni volta, ad esempio, si deve ricominciare da capo e dimostrare che Cosa Nostra esiste".[2]

I metodi statali di sabotaggio della lotta contro la mafia sono stati denunciati da numerosi esponenti della magistratura. Ad esempio, il 27 maggio 1992, il Presidente del tribunale di Caltanissetta Placido Dall’Orto, che doveva occuparsi delle indagini sulla strage di Capaci, si trovò in gravi difficoltà: "Qui è molto peggio di Fort Apache, siamo allo sbando. In una situazione come la nostra la lotta alla mafia è solo una vuota parola, lo abbiamo detto tante volte al Csm".[3]
Anche il Pubblico Ministero di Palermo, Roberto Scarpinato, nel giugno del 1992 disse: "Su un piatto della bilancia c’ è la vita, sull’altro piatto ci deve essere qualcosa che valga il rischio della vita, non vedo in questo pacchetto un impegno straordinario da parte dello Stato, ad esempio non vedo nulla di straordinario sulla caccia e la cattura dei grandi latitanti".[4]
Nello stesso anno, il senatore Maurizio Calvi raccontò che Falcone gli confessò di non fidarsi del comando dei carabinieri di Palermo, della questura di Palermo e nemmeno della prefettura di Palermo.[5]

Che gli assassini di capaci non fossero tutti italiani, molti lo sospettavano.
Il Ministro Martelli, durante una visita in Sudamerica, dichiarò: "Cerco legami tra l’assassinio di Falcone e la mafia americana o la mafia colombiana".[6] Lo stesso presidente del consiglio Amato, durante una visita a Monaco, disse: "Falcone è stato ucciso a Palermo ma probabilmente l’omicidio è stato deciso altrove".
Probabilmente, le tecniche d'indagine di Falcone non piacevano ai personaggi con cui il governo italiano ebbe a che fare quell'anno. Quel considerare la lotta alla mafia soprattutto un dovere morale e culturale, quel coinvolgere le persone nel candore dell'onestà e dell'assenza di compromessi, gli erano valsi la persecuzione e i metodi di calunnia tipici dei servizi segreti inglesi e statunitensi. Tali metodi mirano ad isolare e a criminalizzare, cercando di fare apparire il contrario di ciò che è. Cercarono di far apparire Falcone un complice della mafia. Antonino Caponnetto dichiarò al giornale La Repubblica: "Non si può negare che c’è stata una campagna (contro Falcone), cui hanno partecipato in parte i magistrati, che lo ha delegittimato.Non c’è nulla di più pericoloso per un magistrato che lotta contro la mafia che l’essere isolato".[7]

L'omicidio di due simboli dello Stato così importanti come Falcone e Borsellino significava qualcosa di nuovo.
Erano state toccate le corde dell'élite di potere internazionale, e questi omicidi brutali lo testimoniavano.
Ciò è stato intuito anche da Charles Rose, Procuratore distrettuale di New York, che notò la particolarità degli attentati: "Neppure i boss più feroci di Cosa Nostra hanno mai voluto colpire personalità dello Stato così visibili come era Giovanni, perché essi sanno benissimo quali rischi comporta attaccare frontalmente lo Stato. Quell’attentato terroristico è un gesto di paura... Credo che una mafia che si mette a sparare ai simboli come fanno i terroristi... è condannata a perdere il bene più prezioso per ogni organizzazione criminale di quel tipo, cioè la complicità attiva o passiva della popolazione entro la quale si muove".[8]

Infatti, quell'anno gli italiani capirono che c'era qualcosa di nuovo, e scesero in piazza contro la mafia. Si formarono due fronti: la gente comune contro la mafia, e le istituzioni, che si stavano sottomettendo all'élite che coordina le mafie internazionali.
Quell'anno l'élite anglo-americana non voleva soltanto impedire la lotta efficace contro la mafia, ma voleva rendere l'Italia un paese completamente soggiogato ad un sistema mafioso e criminale, che avrebbe dominato attraverso il potere finanziario.

Come segnalò il presidente del Senato Giovanni Spadolini, c'era in atto un'operazione su larga scala per distruggere la democrazia italiana: "Il fine della criminalità mafiosa sembra essere identico a quello del terrorismo nella fase più acuta della stagione degli anni di piombo: travolgere lo stato democratico nel nostro paese. L’obiettivo è sempre lo stesso: delegittimare lo Stato, rompere il circuito di fiducia tra cittadini e potere democratico…se poi noi scorgiamo – e ne abbiamo il diritto – qualche collegamento internazionale intorno alla sfida mafia più terrorismo, allora ci domandiamo: ma forse si rinnovano gli scenari di dodici-undici anni fa? Le minacce dei centri di cospirazione affaristico-politica come la P2 sono permanenti nella vita democratica italiana. E c’è un filone piduista che sopravvive, non sappiamo con quanti altri. Mafia e P2 sono congiunte fin dalle origini, fin dalla vicenda Sindona".[9]

Anche Tina Anselmi aveva capito i legami fra mafia e finanza internazionale: "Bisogna stare attenti, molto attenti... Ho parlato del vecchio piano di rinascita democratica di Gelli e confermo che leggerlo oggi fa sobbalzare. E’ in piena attuazione... Chi ha grandi mezzi e tanti soldi fa sempre politica e la fa a livello nazionale ed internazionale. Ho parlato in questi giorni con un importante uomo politico italiano che vive nel mondo delle banche. Sa cosa mi ha detto? Che la mafia è stata più veloce degli industriali e che sta già investendo centinaia di miliardi, frutto dei guadagni fatti con la droga, nei paesi dell’est... Stanno già comprando giornali e televisioni private, industrie e alberghi… Quegli investimenti si trasformeranno anche in precise e specifiche azioni politiche che ci riguardano, ci riguardano tutti. Dopo le stragi di Palermo la polizia americana è venuta ad indagare in Sicilia anche per questo, sanno di questi investimenti colossali, fatti regolarmente attraverso le banche".[10]

Anni dopo, l'ex ministro Scotti confesserà a Cirino Pomicino: "Tutto nacque da una comunicazione riservata fattami dal capo della polizia Parisi che, sulla base di un lavoro di intelligence svolto dal Sisde e supportato da informazioni confidenziali, parlava di riunioni internazionali nelle quali sarebbero state decise azioni destabilizzanti sia con attentati mafiosi sia con indagini giudiziarie nei confronti dei leaders dei partiti di governo".
Una delle riunioni di cui parlava Scotti si svolse il 2 giugno del 1992, sul panfilo Britannia, in navigazione lungo le coste siciliane. Sul panfilo c'erano alcuni appartenenti all'élite di potere anglo-americana, come i reali britannici e i grandi banchieri delle banche a cui si rivolgerà il governo italiano durante la fase delle privatizzazioni (Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers).

In quella riunione si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d'Italia, ecome far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, come Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell'Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell'Iri Riccardo Galli.
Gli intrighi decisi sulla Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, fra le quali c'erano la Buitoni, la Locatelli, la Negroni, la Ferrarelle, la Perugina e la Galbani.
La stampa martellava su "Mani pulite", facendo intendere che da quell'evento sarebbero derivati grandi cambiamenti.
Nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato. Si trattava di unpersonaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell'Italia. Infatti, Amato, per iniziare le privatizzazioni, si affrettò a consultare il centro del potere finanziario internazionale: le tre grandi banche di Wall Street, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers.

Appena salito al potere, Amato trasformò gli Enti statali in Società per Azioni, valendosi del decreto Legge 386/1991, in modo tale che l'élite finanziaria li potesse controllare, e in seguito rilevare.
L'inizio fu concertato dal Fondo Monetario Internazionale, che, come aveva fatto in altri paesi, voleva privatizzare selvaggiamente e svalutare la nostra moneta, per agevolare il dominio economico-finanziario dell'élite.
L'incarico di far crollare l'economia italiana venne dato a George Soros, un cittadino americano che tramite informazioni ricevute dai Rothschild, con la complicità di alcune autorità italiane, riuscì a far crollare la nostra moneta e le azioni di molte aziende italiane.
Soros ebbe l'incarico, da parte dei banchieri anglo-americani, di attuare una serie di speculazioni, efficaci grazie alle informazioni che egli riceveva dall'élite finanziaria. Egli fece attacchi speculativi degli hedge funds per far crollare la lira. A causa di questi attacchi, il 5 novembre del 1993 la lira perse il 30% del suo valore, e anche negli anni successivi subì svalutazioni.

Le reti della Banca Rothschild, attraverso il direttore Richard Katz, misero le mani sull'Eni, che venne svenduta. Il gruppo Rothschild ebbe un ruolo preminente anche sulle altre privatizzazioni, compresa quella della Banca d'Italia. C'erano stretti legami fra il Quantum Fund di George Soros e i Rothschild.
Ma anche numerosi altri membri dell'élite finanziaria anglo-americana, come Alfred Hartmann e Georges C. Karlweis, furono coinvolti nei processi di privatizzazione delle aziende e della Banca d'Italia.
La Rothschild Italia Spa, filiale di Milano della Rothschild & Sons di Londra, venne creata nel 1989, sotto la direzione di Richard Katz. Quest'ultimo diventò direttore del Quantum Fund di Soros nel periodo delle speculazioni a danno della lira.
Soros era stato incaricato dai Rothschild di attuare una serie di speculazioni contro la sterlina, il marco e la lira, per destabilizzare il sistema Monetario Europeo. Sempre per conto degli stessi committenti, egli fece diverse speculazioni contro le monete di alcuni paesi asiatici, come l'Indonesia e la Malesia. Dopo la distruzione finanziaria dell'Europa e dell'Asia, Soros venne incaricato di creare una rete per la diffusione degli stupefacenti in Europa.

In seguito, i Rothschild, fedeli al loro modo di fare, cercarono di far cadere la responsabilità del crollo economico italiano su qualcun altro. Attraverso una serie di articoli pubblicati sul Financial Times, accusarono la Germania, sostenendo che la Bundesbank aveva attuato operazioni di aggiotaggio contro la lira.
L'accusa non reggeva, perché i vantaggi del crollo della lira e della svendita delle imprese italiane andarono agli anglo-americani.
La privatizzazione è stata un saccheggio, che ancora continua. Spiega Paolo Raimondi, del Movimento Solidarietà:

Abbiamo avuto anni di privatizzazione, saccheggio dell'economia produttiva e l'esplosione della bolla della finanza derivata. Questa stessa strategia di destabilizzazione riparte oggi, quando l'Europa continentale viene nuovamente attratta, anche se non come promotrice e con prospettive ancora da definire, nel grande progetto di infrastrutture di base del Ponte di Sviluppo Eurasiatico.[11]

Qualche anno dopo la magistratura italiana procederà contro Soros, ma senza alcun successo. Nell'ottobre del 1995, il presidente del Movimento Internazionale per i Diritti Civili-Solidarietà, Paolo Raimondi, presentò un esposto alla magistratura per aprire un'inchiesta sulle attività speculative di Soros & Co, che avevano colpito la lira. L'attacco speculativo di Soros, gli aveva permesso di impossessarsi di 15.000 miliardi di lire.
Per contrastare l'attacco, l'allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, bruciò inutilmente 48 miliardi di lire.
Su Soros indagarono le Procure della Repubblica di Roma e di Napoli, che fecero luce anche sulle attività della Banca d'Italia nel periodo del crollo della lira. Soros venne accusato di aggiotaggio e insider trading, avendo utilizzato informazioni riservate che gli permettevano di speculare con sicurezza e di anticipare movimenti su titoli, cambi e valori delle monete.
Spiegano il Presidente e il segretario generale del "Movimento Internazionale per i Diritti Civili - Solidarietà", durante l'esposto contro Soros:

È stata... annotata nel 1992 l 'esistenza... di un contatto molto stretto e particolare del sig. Soros con Gerald Carrigan, presidente della Federal Reserve Bank di New York, che fa parte dell'apparato della Banca centrale americana, luogo di massima circolazione di informazioni economiche riservate, il quale, stranamente, una volta dimessosi da questo posto, venne poi immediatamente assunto a tempo pieno dalla finanziaria "Goldman Sachs & co." come presidente dei consiglieri internazionali. La Goldman Sachs è uno dei centri della grande speculazione sui derivati e sulle monete a livello mondiale. La Goldman Sachs è anche coinvolta in modo diretto nella politica delle privatizzazioni in Italia. In Italia inoltre, il sig. Soros conta sulla strettissima collaborazione del sig. Isidoro Albertini, ex presidente degli agenti di cambio della Borsa di Milano e attuale presidente della "Albertini e co. SIM" di Milano, una delle ditte guida nel settore speculativo dei derivati. Albertini è membro del consiglio di amministrazione del "Quantum Fund" di Soros.
III. L'attacco speculativo contro la lira del settembre 1992 era stato preceduto epreparato dal famoso incontro del 2 giugno 1992 sullo yacht "Britannia" della regina Elisabetta II d'Inghilterra, dove i massimi rappresentanti della finanza internazionale, soprattutto britannica, impegnati nella grande speculazione dei derivati, come la S. G. Warburg, la Barings e simili, si incontrarono con la controparte italiana guidata da Mario Draghi, direttore generale del ministero del Tesoro, e dal futuro ministro Beniamino Andreatta, per pianificare la privatizzazione dell'industria di stato italiana. A seguito dell'attacco speculativo contro la lira e della sua immediata svalutazione del 30%, codesta privatizzazione sarebbe stata fatta a prezzi stracciati, a beneficio della grande finanza internazionale e a discapito degli interessi dello stato italiano e dell'economia nazionale e dell'occupazione. Stranamente, gli stessi partecipanti all'incontro del Britannia avevano già ottenuto l'autorizzazione da parte di uomini di governo come Mario Draghi, di studiare e programmare le privatizzazioni stesse. Qui ci si riferisce per esempio alla Warburg, alla Morgan Stanley, solo per fare due tra gli esempi più noti. L'agenzia stampa EIR (Executive Intelligence Review) ha denunciato pubblicamente questa sordida operazione alla fine del 1992 provocando una serie di interpellanze parlamentari e di discussioni politiche che hanno avuto il merito di mettere in discussione l'intero procedimento, alquanto singolare, di privatizzazione.[12]

I complici italiani furono il ministro del Tesoro Piero Barucci, l'allora Direttore di Bankitalia Lamberto Dini e l'allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi. Altre responsabilità vanno all'allora capo del governo Giuliano Amato e al Direttore Generale del Tesoro Mario Draghi. Alcune autorità italiane (come Dini) fecero il doppio gioco: denunciavano i pericoli ma in segreto appoggiavano gli speculatori.
Amato aveva costretto i sindacati ad accettare un accordo salariale non conveniente ai lavoratori, per la "necessità di rimanere nel Sistema Monetario Europeo", pur sapendo che l'Italia ne sarebbe uscita a causa delle imminenti speculazioni.
Gli attacchi all'economia italiana andarono avanti per tutti gli anni Novanta, fino a quando il sistema economico- finanziario italiano non cadde sotto il completo controllo dell'élite. Nel gennaio del 1996, nel rapporto semestrale sulla politica informativa e della sicurezza, il Presidente del Consiglio Lamberto Dini disse:

I mercati valutari e le borse delle principali piazze mondiali continuano a registrare correnti speculative ai danni della nostra moneta, originate, specie in passaggi delicati della vita politico-istituzionale, dalla diffusione incontrollata di notizie infondate riguardanti la compagine governativa e da anticipazioni di dati oggetto delle periodiche comunicazioni sui prezzi al consumo... è possibile attendersi la reiterazione di manovre speculative fraudolente, considerato il persistere di una fase congiunturale interna e le scadenze dell'unificazione monetaria.[13]

Il giorno dopo, il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, riferiva che l'Italia non poteva far nulla contro le correnti speculative sui mercati dei cambi, perché "se le banche di emissione tentano di far cambiare direzione o di fermare il vento (delle operazioni finanziarie) non ce la fanno per la dimensione delle masse in movimento sui mercati rispetto alla loro capacità di fuoco".
Le nostre autorità denunciavano il potere dell'élite internazionale, ma gettavano la spugna, ritenendo inevitabili quegli eventi.
Era in gioco il futuro economico-finanziario del paese, ma nessuna autorità italiana pensava di poter fare qualcosa contro gli attacchi destabilizzanti dell'élite anglo-americana.

Il Movimento Solidarietà fu l'unico a denunciare quello che stava effettivamente accadendo, additando i veri responsabili del crollo dell'economia italiana. Il 28 giugno 1993, il Movimento Solidarietà svolse una conferenza a Milano, in cui rese nota a tutti la riunione sul Britannia e quello che ne era derivato.[14]
Il 6 novembre 1993, l 'allora presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi scrisse una lettera al procuratore capo della Repubblica di Roma, Vittorio Mele, per avviare "le procedure relative al delitto previsto all'art. 501 del codice penale ("Rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato o nelle borse di commercio"), considerato nell'ipotesi delle aggravanti in esso contenute". Anche a Ciampi era evidente il reato di aggiotaggio da parte di Soros, che aveva operato contro la lira e i titoli quotati in Borsa delle nostre aziende.

Anche negli anni successivi avvennero altre privatizzazioni, senza regole precise e a prezzi di favore. Che stesse cambiando qualcosa, gli italiani lo capivano dal cambio di nome delle aziende, la Sip era diventata Telecom Italia e le Ferrovie dello Stato erano diventate Trenitalia.
Il decreto legislativo 79/99 avrebbe permesso la privatizzazione delle aziende energetiche. Nel settore del gas e dell'elettricità apparvero numerose aziende private, oggi circa 300.
Dal 24 febbraio del 1998, anche le Poste Italiane diventarono una S.p.a. In seguito alla privatizzazione delle Poste, i costi postali sono aumentati a dismisura e i lavoratori postali vengono assunti con contratti precari. Oltre 400 uffici postali sono stati chiusi, e quelli rimasti aperti appaiono come luoghi di vendita più che di servizio.

Le nostre autorità giustificavano la svendita delle privatizzazioni dicendo che si doveva "risanare il bilancio pubblico", ma non specificavano che si trattava di pagare altro denaro alle banche, in cambio di banconote che valevano come la carta straccia. A guadagnare sarebbero state soltanto le banche e i pochi imprenditori già ricchi (Benetton, Tronchetti Provera, Pirelli, Colaninno, Gnutti e pochi altri).
Si diceva che le privatizzazioni avrebbero migliorato la gestione delle aziende, ma in realtà, in tutti i casi, si sono verificati disastri di vario genere, e il rimedio è stato pagato dai cittadini italiani.

Le nostre aziende sono state svendute ad imprenditori che quasi sempre agivano per conto dell'élite finanziaria, da cui ricevevano le somme per l'acquisto. La privatizzazione della Telecom avvenne nell'ottobre del 1997. Fu venduta a 11,82 miliardi di euro, ma alla fine si incassarono soltanto 7,5 miliardi. La società fu rilevata da un gruppo di imprenditori e banche., e al Ministero del Tesoro rimase una quota del 3,5%.
Il piano per il controllo di Telecom aveva la regia nascosta della Merril Lynch, del Gruppo Bancario americano Donaldson Lufkin & Jenrette e della Chase Manhattan Bank.
Alla fine del 1998, il titolo aveva perso il 20% (4,33 euro). Le banche dell'élite, la Chase Manhattan e la Lehman Brothers, si fecero avanti per attuare un'opa. Attraverso Colaninno, che ricevette finanziamenti dalla Chase Manhattan, l'Olivetti diventò proprietaria di Telecom. L'Olivetti era controllata dalla Bell, una società con sede a Lussemburgo, a sua volta controllata dalla Hopa di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno.

Il titolo, che durante l'opa era stato fatto salire a 20 euro, nel giro un anno si dimezzò. Dopo pochi anni finirà sotto i tre euro.
Nel 2001 la Telecom si trovava in gravi difficoltà, le azioni continuavano a scendere. La Bell di Gnutti e la Unipol di Consorte decisero di vendere a Tronchetti Provera buona parte loro quota azionaria in Olivetti. Il presidente di Pirelli, finanziato dalla J. P. Morgan, ottenne il controllo su Telecom, attraverso la finanziaria Olimpia, creata con la famiglia Benetton (sostenuta da Banca Intesa e Unicredit).

Dopo dieci anni dalla privatizzazione della Telecom, il bilancio è disastroso sotto tutti i punti di vista: oltre 20.000 persone sono state licenziate, i titoli azionari hanno fatto perdere molto denaro ai risparmiatori, i costi per gli utenti sono aumentati e la società è in perdita.
La privatizzazione, oltre che un saccheggio, veniva ad essere anche un modo per truffare i piccoli azionisti.
La Telecom , come molte altre società, ha posto la sua sede in paesi esteri, per non pagare le tasse allo Stato italiano. Oltre a perdere le aziende, gli italiani sono stati privati anche degli introiti fiscali di quelle aziende. La Bell, società che controllava la Telecom Italia, aveva sede in Lussemburgo, e aveva all'interno società con sede alle isole Cayman, che, com'è noto, sono un paradiso fiscale.

Gli speculatori finanziari basano la loro attività sull'esistenza di questi paradisi fiscali, dove non è possibile ottenere informazioni nemmeno alle autorità giudiziarie. I paradisi fiscali hanno permesso agli speculatori di distruggere le economie di interi paesi, eppure i media non parlano mai di questo gravissimo problema.
Mettere un'azienda importante come quella telefonica in mani private significa anche non tutelare la privacy dei cittadini, che infatti è stata più volte calpestata, com'è emerso negli ultimi anni.

Anche per le altre privatizzazioni, Autostrade, Poste Italiane, Trenitalia ecc., si sono verificate le medesime devastazioni: licenziamenti, truffe a danno dei risparmiatori, degrado del servizio, spreco di denaro pubblico, cattiva amministrazione e problemi di vario genere.
La famiglia Benetton è diventata azionista di maggioranza delle Autostrade. Il contratto di privatizzazione delle Autostrade dava vantaggi soltanto agli acquirenti, facendo rimanere l'onere della manutenzione sulle spalle dei contribuenti.
I Benetton hanno incassato un bel po' di denaro grazie alla fusione di Autostrade con il gruppo spagnolo Abertis. La fusione è avvenuta con la complicità del governo Prodi, che in seguito ad un vertice con Zapatero, ha deciso di autorizzarla. Antonio Di Pietro, Ministro delle Infrastrutture, si era opposto, ma ha alla fine si è piegato alle proteste dell'Unione Europea e alla politica del Presidente del Consiglio.

Nonostante i disastri delle privatizzazioni, le nostre autorità governative non hanno alcuna intenzione di rinazionalizzare le imprese allo sfacelo, anzi, sono disposte ad utilizzare denaro pubblico per riparare ai danni causati dai privati.
La società Trenitalia è stata portata sull'orlo del fallimento. In pochi anni il servizio è diventato sempre più scadente, i treni sono sempre più sporchi, il costo dei biglietti continua a salire e risultano numerosi disservizi. A causa dei tagli al personale (ad esempio, non c'è più il secondo conducente), si sono verificati diversi incidenti (anche mortali). Nel 2006, l 'amministratore delegato di Trenitalia, Mauro Moretti, si è presentato ad una audizione alla commissione Lavori Pubblici del Senato, per battere cassa, confessando un buco di un miliardo e settecento milioni di euro, che avrebbe potuto portare la società al fallimento. Nell'ottobre del 2006, il Ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, approvò il piano di ricapitalizzazione proposto da Trenitalia. Altro denaro pubblico ad un'azienda privatizzata ridotta allo sfacelo.

Dietro tutto questo c'era l'élite economico finanziaria (Morgan, Schiff, Harriman, Kahn, Warburg, Rockfeller, Rothschild ecc.) che ha agito preparando un progetto di devastazione dell'economia italiana, e lo ha attuato valendosi di politici, di finanzieri e di imprenditori. Nascondersi è facile in un sistema in cui le banche o le società possono assumere il controllo di altre società o banche.
Questo significa che è sempre difficile capire veramente chi controlla le società privatizzate. E' simile al gioco delle scatole cinesi, come spiega Giuseppe Turani: "Colaninno & soci controllano al 51% la Hopa, che controlla il 56,6% della Bell, che controlla il 13,9% della Olivetti, che controlla il 70% della Tecnost, che controlla il 52% della Telecom".[15]
Numerose aziende di imprenditori italiani sono state distrutte dal sistema dei mercati finanziari, ad esempio la Cirio e la Parmalat. Queste aziende hanno truffato i risparmiatori vendendo obbligazioni societarie ("Bond") con un alto margine di rischio. La Parmalat emise Bond per un valore di 7 miliardi di euro, e allo stesso tempo attuò operazioni finanziarie speculative, e si indebitò. Per non far scendere il valore delle azioni (e per venderne altre) truccava i bilanci.

Le banche nazionali e internazionali sostenevano la situazione perché per loro vantaggiosa, e l'agenzia di rating, Standard & Poor's, si è decisa a declassare la Parmalat soltanto quando la truffa era ormai nota a tutti.
I risparmiatori truffati hanno avviato una procedura giudiziaria contro Calisto Tanzi, Fausto Tonna, Coloniale S.p.a. (società della famiglia Tanzi), Citigroup, Inc. (società finanziaria americana), Buconero LLC (società che faceva capo a Citigroup), Zini & Associates (una compagnia finanziaria americana), Deloitte Touche Tohmatsu (organizzazione che forniva consulenza e servizi professionali), Deloitte & Touche SpA (società di revisione contabile), Grant Thornton International (società di consulenza finanziaria) e Grant Thornton S.p.a. (società incaricata della revisione contabile del sottogruppo Parmalat S.p.a.).

La Cirio era gestita dalla Cragnotti & Partners. I "Partners" non erano altro che una serie di banche nazionali e internazionali. La Cirio emise Bond per circa 1.125 milioni di Euro. Molte di queste obbligazioni venivano utilizzate dalle banche per spillare denaro ai piccoli risparmiatori. Tutto questo avveniva in perfetta armonia col sistema finanziario, che non offre garanzie di onestà e di trasparenza.
Grazie alle privatizzazioni, un gruppo ristretto di ricchi italiani ha acquisito somme enormi, e ha permesso all'élite economico-finanziaria anglo-americana di esercitare un pesante controllo, sui cittadini, sulla politica e sul paese intero.
Agli italiani venne dato il contentino di "Mani Pulite", che si risolse con numerose assoluzioni e qualche condanna a pochi anni di carcere.
A causa delle privatizzazioni e del controllo da parte della Banca Centrale Europea, il paese è più povero e deve pagare somme molto alte per il debito. Ogni anno viene varata la finanziaria, allo scopo di pagare le banche e di partecipare al finanziamento delle loro guerre. Mentre la povertà aumenta, come la disoccupazione, il lavoro precario, il degrado e il potere della mafia.
Il nostro paese è oggi controllato da un gruppo di persone, che impongono, attraverso istituti propagandati come "autorevoli" (Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea), di tagliare la spesa pubblica, di privatizzare quello che ancora rimane e di attuare politiche non convenienti alla popolazione italiana.
I nostri governi operano nell'interesse di questa élite, e non in quello del paese.


[1]
http://www.reti-invisibili.net/georgofili/
[2] La Repubblica , 27 maggio 1992.
[3] La Repubblica , 28 maggio 1992.
[4] La Repubblica , 10 giugno 1992.
[5] La Repubblica , 23 giugno 1992.
[6] La Repubblica , 23 giugno 1992.
[7] La Repubblica , 25 giugno 1992.
[8] La Repubblica , 27 maggio 1992.
[9] La Repubblica , 11 agosto 1992.
[10] L'Unità, 12 agosto 1992.
[11] Solidarietà, anno IV n. 1, febbraio 1996.
[12] Esposto della Magistratura contro George Soros presentato dal Movimento Solidarietà al Procuratore della Repubblica di Milano il 27 ottobre 1995.
[13] Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica , Rivista N. 4 gennaio-aprile 1996.
[14] Solidarietà, anno 1, n. 1, ottobre 1993.
[15] La Repubblica , 5 settembre 1999.
Antonella Randazzo

Antonella Randazzo ha scritto Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa, 1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006); La Nuova Democrazia. Illusioni di civiltà nell'era dell'egemonia Usa (Zambon Editore 2007) e Dittature.
La Storia Occulta (Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).








Qualche osservazione su alcuni magistrati è importante....

La vicenda di Ayala, che appare ben poco indagata, si inserisce dentro il disegno di distruzione del patrimonio pubblico italiano messa in atto dopo l’emanazione del D.P.R. 350 del 27 giugno 1985 e proseguita con i “contatti” riservati tra pezzi dello stato (?) e mafia per giungere al 2 giugno 1992, giorno della grande svendita portata a termine dall’accordo stipulato a Civitavecchia sul panfilo Britannia ancorato al largo.
Risulta curiosa la elezione di Ayala nella lista del partito repubblicano che contrasta fortemente con le posizioni politiche che il medesimo aveva espresso precedentemente ma che potrebbe avere “spiegazione esoterica” anche in considerazione che venne dato il via ai governi tecnici (Amato Ciampi) e che, incredibilmente (!!!) alla carica di ministro per il commercio estero (in un momento di smobilitazione delle grandi aziende nazionali) venne messo il giudice Vitalone !
Tutto quanto sopra è una piccola parte di quanto emerge da una attenta rilettura delle cronache dell’epoca che sarà oggetto di un libro intitolato “Avalanche Mission”, nome del progetto di re-infiltrazione della mafia in Italia costruito intorno alla figura di Salvatore Lucania e di alcuni altri meno noti, condotto dal MI5 inglese che aveva il compito di comporre le alleanze, distribuire i territorio e stabilire le connessioni con i parlamentari italiani. Alcuni di questi sono stati degli “utili idioti” che probabilmente non erano in grado di comprendere quanto stava accadendo. Fu indubbiamente la stagione d’oro per molti magistrati (Di Pietro, Ayala, Vitalone, ma non bisogna scordare Violante eletto in commissione antimafia proprio nel 1992 per “ascoltare” il pentito preparato negli USA all’interno del progetto Avalanche Mission.………….........Buscetta, al quale la A.E.I. Aveva fornito la conoscenza di tutto quanto avrebbe poi raccontato !!
Il magistrato Geraci, che con Falcone lo ascoltò per primo, il 2 ottobre 1984 dichiarava: “Buscetta ha cominciato a parlare senza interruzione. Con compostezza, chiarezza e controllo di se stesso. Direi con grande serietà. Si comportava da delatore come si comportava da mafioso, cioè con coerenza e senso dell' onore. Non da traditore, ma da chi denuncia coloro che hanno tradito “
Ciò che Buscetta ha detto è ormai noto.
Sul perchè abbia deciso di parlare circolano svariate ipotesi. Non è strano che un boss di così alto livello rompa la proverbiale omertà mafiosa?
Geraci, al proposito disse: “A mio giudizio le componenti che hanno indotto Buscetta ad infrangere le regole sono due: da una parte, il desiderio di vendetta verso coloro che gli hanno sterminato la famiglia; dall' altra, un ripensamento !!!!!! “ Oppure un progetto ben studiato per “indirizzare” gli inquirenti italiani nella direzione sbagliata ?
I riscontri a tutte le numerosissime vicende che dal 1933 hanno preso il nome di “Avalanche Mission” sono di una verosimiglianza che crea apprensione; credo che Paolo Borsellino conoscesse bene queste cose a differenza di Falcone che, per differente impostazione culturale, poteva anche essere propenso a considerarle fantasiose !! >>